I vasi e quel bisogno di rassicurazione domestica

Francesca Romana Forlini

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Considerazioni sul disegno degli interni dalla mostra “Fittile”, curata da Ugo La Pietra alla Triennale di Milano

Un semplice oggetto di uso comune è al centro della mostra “Fittile” alla Triennale di Milano, curata da Ugo La Pietra e aperta fino al 31 ottobre. I numerosi artefatti esposti si rifanno “al principale archetipo di uso comune, ma anche dotato di una forte carica simbolica: il vaso”. Dall’esplorazione di La Pietra emerge infatti che il potere simbolico del vaso risiede innanzitutto nella sua forma senza tempo, pronta ad essere modellata in base alla persona che se ne impossessa ed al contesto a cui fa riferimento. Il vaso è inoltre un contenitore che raccoglie i depositi del tempo e della memoria, caricandosi gradualmente di significati simbolici sia condivisi che personali. Basti pensare ai vasi di La Pietra “Souvenir dalla Sicilia” (Alessi, 2000), che racchiudono la memoria collettiva dei siciliani, oppure alla sua recente collaborazione con Rometti Ceramiche (2020), che celebra la ritualità ancestrale dei totem associandola ai più modesti rituali quotidiani, quelli che si materializzano tramite l’uso degli oggetti domestici. Il valore del vaso sembra dunque risiedere nella sua capacità di essere usato, appropriato, e di diventare – insieme a mobili e suppellettili – brano all’interno di un racconto più ampio che è quello della casa.

Il sociologo Jean Baudrillard ha identificato proprio come l’uso e disposizione degli oggetti nello spazio domestico crei un sistema di significati che esprime l’identità dell’abitante e traduce legami famigliari, consolidando il valore affettivo che ognuno attribuisce proprio agli oggetti inanimati.

La Pietra, profondo conoscitore della cultura materiale nostrana, delle scienze sociali e della semiotica, ha quindi condiviso tramite questa mostra, ma anche tramite i suoi progetti e i suoi scritti, temi di riflessione che possono avere grande rilevanza nella progettazione degli interni. Nel suo libro Città domestica (Plectica Editrice, 2021), appena pubblicato nella collana “Stanze”, La Pietra chiarisce infatti che abitare significa “dilatare la propria personalità in un luogo in cui si possono stratificare le nostre tracce e dove viene praticata sull’oggetto una tentazione progettuale fortemente simbolica”.

Questo processo di estensione di sé è indissolubilmente legato all’interazione quotidiana dell’abitante con gli oggetti della propria casa, il cui destino “potrebbe essere quello di diventare il luogo dell’accumulo e dell’intaso” o, alternativamente, di “un grande deposito: il castello in cui stare, circondandosi di cose belle, stabili e rassicuranti”. Questo bisogno di stabilità, sebbene insito in ognuno di noi, per La Pietra rischia di bloccare l’immaginazione dell’abitante, ma anche del progettista. In effetti, l’autore chiarifica che ogni intervento volto all’alterazione dello spazio della casa sembra non andare “al di là di una semplice interpolazione o sostituzione di cose ritenute più aderenti al modello di vita e di società a cui crediamo di appartenere o a cui vorremmo appartenere”. Dunque il conforto e il senso di sicurezza generati dalla casa e dagli oggetti domestici – contenitori fisici e simbolici di ricordi e certezze – si unisce al bisogno di aderire a un certo gruppo o modello sociale. In sociologia ambo queste circostanze sono essenziali alla definizione d’identità personali e collettive, ma secondo La Pietra rischiano di ostacolare creatività e innovazione nello spazio domestico. Allo stesso tempo, l’autore di Città domestica chiarisce che l’eventualità di un distacco da questa dimensione rassicurante genererebbe un senso di angoscia negli abitanti, poiché significherebbe “perdere ogni rapporto con le cose che ci circondano e ciò che siamo stati”. Viene dunque naturale chiedersi come sia possibile innovare le pratiche progettuali tenendo in considerazione sia la rilevanza che gli oggetti rivestono nella costruzione spaziale e simbolica degli interni domestici, sia il bisogno di sicurezza degli abitanti.

Non esiste ovviamente una risposta corretta, ma quel che sembra arricchire il lavoro di La Pietra e dei progettisti più sensibili ai temi sollevati dalle scienze sociali è la consapevolezza profonda delle dinamiche che hanno luogo nello spazio domestico. Nel suo libro La Pietra si concentra sulle “case vere”, cioè spazi all’interno dei quali gli abitanti compiono gesti rituali, dove gli oggetti si riempiono di significati simbolici. Si tratta di luoghi di rifugio e protezione, ma anche pagine di un racconto che narra la storia e l’identità di ogni abitante. Le sue case, proprio come i vasi della Triennale, sono contenitori d’identità e memoria pronti a essere modellati da progettisti e abitanti, ed è forse proprio nell’archetipo del vaso, nelle sue qualità di contenitore senza tempo, che può essere nascosto il futuro della progettazione degli interni domestici.

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